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Cesare Pavese, 1908-1950
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Dato che cent'anni fa (e due giorni) nacque Pavese e per di più in un paese non distante da noi, mi sembra giusto dedicargli un topic. Anche perché era davvero un grande. Inizierei riportando un articolo su di lui, tra i tanti che sono usciti in questi giorni. spero vi vada di contribuire al topic, per conoscere meglio un grande autore.

Buttiamo Ungaretti e Montale, corriamo a rileggere Pavese
di Flavio Santi, da Liberazione del 09/09/2008

Una poesia non aristocratica: così la definì il maestro dei critici, Gianfranco Contini. Con questo appellativo intendeva dire che Pavese non seguiva i dettami (e gli orpelli) della dominante poesia francese (di cui fu gran ruminatore da noi Ungaretti), e dunque per capirci Mallarmé e Valéry su tutti, poesia preziosa e altera, lontana dagli accidenti del mondo, iperuranica e iperbarica. Pavese amava gli americani e a loro guardava. Laureatosi su Walt Whitman, non poteva che battere quella strada, fatta di concretezza e sangue, di terra e umori. Pagò questa scelta con un sostanziale isolamento nell'esclusivo club dei poeti italiani, e lui stesso ne fu consapevole fin da subito, se per la nuova edizione accresciuta di Lavorare stanca del 1943 scrisse di suo pugno per la fascetta queste implacabili parole: «Una delle voci più isolate della poesia contemporanea».
La poesia italiana di quegli anni veleggiava placida tra le parole enigmistiche dell'ermetismo, per usare una celebre definizione di Umberto Saba (non a caso altro grande isolato), e se non fu poesia complice del regime fascista poco ci mancò: fu comunque arte per l'arte, non denunciò, non stigmatizzò, si limitò a cantare di più o meno lancinanti mondi interiori, di casi più o meno clinici. Tutto l'ermetismo andrebbe ripensato, e gli stessi mostri sacri (tali per diktat scolastico, a ben pensarci) Ungaretti e Montale meriterebbero un profondo ripensamento. Quali tra questi versi hanno resistito meglio all'usura del tempo e delle parole, e dunque della storia? «Fanfan ritorna vincitore; Molly / si vende all'asta: frigge un riflettore» (Montale), oppure «Stupefatto del mondo mi giunse un'età / che tiravo gran pugni nell'aria e piangevo da solo» (Pavese)? Mi pare che non ci siano dubbi. I primi sono puro vocio privo di adesione e storia, rimandano ad altri piani, ad altri sensi. Semplicemente un bel gioco. Gli altri sono storia di parole e sentimenti, sangue e nervi. Necessità. Proprio come tra questi versi: «Tu non altro che il canto avrai del figlio, / o materna mia terra» (Foscolo) e «e il tuo buon rege, il re più grande, in atto / d'agno innocente fra digiuni lupi / sul letto de' ladron a morir tratto» (Monti), non ci dovrebbero essere esitazioni. Ugo Foscolo, il reietto, l'esule, i cui Sepolcri vennero definiti «un fumoso enigma», ci parla ancora oggi, mentre Vincenzo Monti, il potentissimo cantore della convenienza, al massimo ci stuzzica con le sue carinerie verbali. A questa punto della storia letteraria italiana niente ci vieta di considerare Ungaretti e Montale una sorta di moderna versione di Vincenzo Monti. Altri i veri, grandi poeti del Novecento italiano: Umberto Saba, Attilio Bertolucci, Pier Paolo Pasolini. E Cesare Pavese. Poeti del dire cose, qui e ora, di un particolare che è sempre universale. Il particolare di Montale è troppo selettivo ed esclusivo, riflette solo se stesso, non crea continuità e aderenza. Non crea storia. Se non storia accademica. Ma basta? Basta a un popolo, a una nazione, alle persone?
Le poesie di Pavese hanno la limpida necessità del classico: chiarezza ed evidenza di lingua e storia. «Non è più coltivata quassù la collina. Ci sono le felci / e la roccia scoperta e la sterilità. / Qui il lavoro non serve più a niente. La vetta è bruciata / e la sola freschezza è il respiro»: ecco, un attacco come questo è destinato a durare per sempre. Ancora: «Quest'è il giorno che salgono le nebbie dal fiume / nella bella città, in mezzo a prati e colline, / e la sfumano come un ricordo. I vapori confondono / ogni verde, ma ancora le donne dai vivi colori / vi camminano». Se invece si è più sensibili alle pieghe esistenziali, ci sono anche quelle, eccone un assaggio: «Ma quando gli dico / ch'egli è tra i fortunati che han visto l'aurora / sulle isole più belle della terra, / al ricordo sorride e risponde che il sole / si levava che il giorno era vecchio per loro». Il grande merito di Pavese è quello più banale ma imperituro (e difficilissimo): parlare a tutti. Ci riesce perché risolve il problema dei problemi della poesia moderna, sollevato in una famosa lettera da Rimbaud: trovare una lingua. Quella lingua è la lingua di tutti, la più vibrante ma anche la più ardua da usare. I risultati sono di un nitore abbagliante: «Non importa la notte. Il quadrato del cielo / mi susurra di tutti i fragori, e una stella minuta / si dibatte nel vuoto, lontano dai cibi, / dalle case, diversa. Non basta a se stessa, / e ha bisogno di troppe compagne. Qui al buio, da solo, / il mio corpo è tranquillo e si sente padrone».

C'è anche una pagina myspace a lui dedicata.

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Dio ce ne liberi, ma questa è certamente un'opera buffa!

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L’isola

di Cesare Pavese

da “Dialoghi con Leucò”

Tutti sanno che Odisseo naufrago, sulla via del ritorno, restò nove anni sull’isola Ogigia, dove non c’era che Calipso, antica dea.

(parlano Calipso e Odisseo)

C. Odisseo, non c’è nulla di molto diverso. Anche tu come me vuoi fermarti su un’isola. Hai veduto e patito ogni cosa. Io forse un giorno ti dirò quel che ho patito. Tutti e due siamo stanchi di un grosso destino. Perché continuare? Che t’importa che l’isola non sia quella che cercavi? Qui mai nulla succede. C’è un po’ di terra e un orizzonte. Qui puoi vivere sempre.

O. Una vita immortale.

C. Immortale è chi accetta l’istante. Chi non conosce più un domani. Ma se ti piace la parola, dilla. Tu sei davvero a questo punto.

O. Io credevo immortale chi non teme la morte.

C. Chi non spera di vivere. Certo, quasi lo sei. Hai patito molto anche tu. Ma perché questa smania di tornartene a casa? Sei ancora inquieto. Perché i discorsi che da solo vai facendo tra gli scogli?

O. Se domani io partissi tu saresti infelice?

C. Vuoi saper troppo, caro. Diciamo che sono immortale. Ma se tu non rinunci ai tuoi ricordi e ai sogni, se non deponi la smania e non accetti l’orizzonte, non uscirai dal destino che conosci.

O. Si tratta sempre di accettare un orizzonte. E ottenere che cosa?

C. Ma posare la testa e tacere, Odisseo. Ti sei mai chiesto perché anche noi cerchiamo il sonno? Ti sei mai chiesto dove vanno i vecchi dèi che il mondo ignora? Perché sprofondano nel tempo, come le pietre nella terra, loro che pure sono eterni? E chi son io, chi è Calipso?

O. Ti ho chiesto se sei felice.

C. Non è questo, Odisseo. L’aria, anche l’aria di quest’isola deserta, che adesso vibra solamente dei rimbombi del mare e di stridi d’uccelli, è troppo vuota. In questo vuoto non c’è nulla da rimpiangere, bada. Ma non senti anche tu certi giorni un silenzio, un arresto, che è come la traccia di un’antica tensione e presenza scomparse?

O. Dunque anche tu parli agli scogli?

C. È un silenzio, ti dico. Una cosa remota e quasi morta. Quello che è stato e non sarà mai più. Nel vecchio mondo degli dèi quando un mio gesto era destino. Ebbi nomi paurosi, Odisseo. La terra e il mare mi obbedivano. Poi mi stancai; passò del tempo, non mi volli più muovere. Qualcuna di noi resisté ai nuovi dèi; lasciai che i nomi sprofondassero nel tempo; tutto mutò e rimase uguale; non valeva la pena di contendere ai nuovi il destino. Ormai sapevo il mio orizzonte e perché i vecchi non avevano conteso con noialtri.

O. Ma non eri immortale?

C. E lo sono, Odisseo. Di morire non spero. E non spero di vivere. Accetto l’istante. Voi mortali vi attende qualcosa di simile, la vecchiezza e il rimpianto. Perché non vuoi posare il capo con me, su quest’isola?

O. Lo farei, se credessi che sei rassegnata. Ma anche tu che sei stata signora di tutte le cose, hai bisogno di me, di un mortale, per aiutarti a sopportare.

C. È un reciproco bene, Odisseo. Non c’è vero silenzio se non condiviso.

O. Non ti basta che sono con te quest’oggi?

C. Non sei con me, Odisseo. Tu non accetti l’orizzonte di quest’isola. E non sfuggi al rimpianto.

O. Quel che rimpiango è parte viva di me stesso come di te il tuo silenzio. Che cosa è mutato per te da quel giorno che terra e mare ti obbedivano? Hai sentito ch’eri sola e ch’eri stanca e scordato i tuoi nomi. Nulla ti è stato tolto. Quel che sei l’hai voluto.

C. Quello che sono è quasi nulla, caro. Quasi mortale, quasi un’ombra come te. È un lungo sonno cominciato chi sa quando e tu sei giunto in questo sonno come un sogno. Temo l’alba, il risveglio; se tu vai via, è il risveglio.

O. Sei tu, la signora, che parli?

C. Temo il risveglio, come tu temi la morte. Ecco, prima ero morta, ora lo so. Non restava di me su quest’isola che la voce del mare e del vento. Oh non era un patire. Dormivo. Ma da quando sei giunto ha portato un’altr’isola in te.

O. Da troppo tempo la cerco. Tu non sai quel che sia avvistare una terra e socchiudere gli occhi ogni volta per illudersi. Io non posso accettare e tacere.

C. Eppure, Odisseo, voi uomini dite che ritrovare quel che si è perduto è sempre un male. Il passato non torna. Nulla regge all’andare del tempo. Tu che hai visto l’Oceano, i mostri e l’Eliso, potrai ancora riconoscere le case, le tue case?

O. Tu stessa hai detto che porto l’isola in me.

C. Oh mutata, perduta, un silenzio. L’eco di un mare tra gli scogli e un po’ di fumo. Con te nessuno potrà condividerla. Le case saranno come il viso di un vecchio. Le tue parole avranno un senso altro dal loro. Sarai più solo che nel mare.

O. Saprò almeno che devo fermarmi.

C. Non vale la pena, Odisseo. Chi non si ferma adesso, subito, non si ferma mai più. Quello che fai, lo farai sempre. Devi rompere una volta il destino, devi uscire di strada, e lasciarti affondare nel tempo…

O. Non sono immortale.

C. Lo sarai, se mi ascolti. Che cos’è vita eterna se non questo accettare l’istante che viene e l’istante che va? L’ebbrezza, il piacere, la morte non hanno altro scopo. Cos’è stato finora il tuo errare inquieto?

O. Se lo sapessi avrei già smesso. Ma tu dimentichi qualcosa.

C. Dimmi.

O. Quello che cerco l’ho nel cuore, come te.

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Pavese 1908-2008 ORE 10 sabato 15
CENTRO INCONTRI PROVINCIA, SALA FALCO INGRESSO LIBERO
“Quello che l’uomo cerca nel piacere è un infinito e nessuno
rinuncerebbe mai alla speranza di raggiungere questo
infinito”(dal Diario). Nel centenario della nascita del grande
narratore e poeta scrittorincittà ricorda Cesare Pavese
attraverso la voce di Valerio Capasa e Marco Antonellini,
autori rispettivamente di Un’esigenza permanente. Un’idea di
Cesare Pavese (Edizioni di Pagina 2008) e di La traccia di
Cesare Pavese (con Gianfranco Lauretano, BUR 2008). Una
riflessione sulla vita e sulle opere del grande autore
piemontese attraverso la scoperta dei luoghi che più hanno
significato per il poeta e che più hanno inciso sulla sua
scrittura, sulle tracce di un cammino esistenziale tormentato
ma letterariamente fecondo.
L’incontro è a cura dell’Associazione Dante Alighieri.

*****************

Quando fui sola, dentro l'acqua tiepida, chiusi gli occhi irritata perché avevo parlato troppo e non ne valeva la pena. Più mi convinco che far parole non serve, più mi succede di parlare. Specialmente fra donne. Ma la stanchezza e quel po' di febbre si disciolsero presto nell'acqua e ripensai l'ultima volta ch'ero stata a Torino - durante la guerra - l'indomani di un'incursione: tutti i tubi eran saltati, niente bagno. Ci ripensai con gratitudine: finché la vita aveva un bagno, valeva la pena di vivere.
Un bagno e una sigaretta. Mentre fumavo con la mano a fior d'acqua, confrontai lo sciacquio, che mi cullava, coi giorni agitati che avevo veduto, col tumulto di tante parole, con le mie smanie, coi progetti che avevo sempre realizzato eppure stasera si riducevano a quella vasca e quel tepore. Ero stata ambiziosa? Rividi le facce ambiziose: facce pallide, segnate, convulse - ce n'era qualcuna che si fosse distesa in un'ora di pace? Nemmeno morendo quella passione s'allentava. A me pareva di non essermi mai rilassata un momento. Forse vent'anni prima, quand'ero ancora una bambina, quando giocavo per le strade e aspettavo col batticuore la stagione dei coriandoli, dei baracconi e delle maschere, forse allora mi ero potuta abbandonare. Ma in quegli anni per me carnevale non voleva dir altro se non giostre, torrone e nasi di cartapesta. Poi, con la smania di uscire, di vedere, di correre per Torino, con le prime scappate nei vicoli insieme a Carlotta e alle altre, col batticuore di sentirci per la prima volta inseguite, anche quest'innocenza era finita. Strana cosa. La sera del giovedì grasso, quando papà s'era aggravato, per poi morire, io piansi di rabbia e l'odiai pensando alla festa che perdevo. Soltanto la mamma mi capiì quella sera, e mi prese in giro e mi disse di levarmi dai piedi, di andare a piangere in cortile da Carlotta. Ma io piangevo perché il fatto che papà fosse per morie mi spaventava e m'impediva dentro di abbandonarmi al carnevale.
Squillò il telefono. Non mi mossi dalla vasca, perch'ero felice con la mia sigaretta e pensavo che probabilmente proprio in quella sera lontana m'ero detto la prima volta che se volevo far qualcosa, ottenere qualcosa dalla vita, non dovevo legarmi a nessuno, dipendere da nessuno, com'ero legata a quell'importuno papà. E c'ero riuscita e adesso tutto il mio piacere era disciogliermi in quell'acqua e non rispondere al telefono.
Questo riprese, dopo un poco, e pareva irritato. Non ci andai ma uscii dall'acqua. M'asciugai lentamente, seduta nell'accappatoio, e stavo spalmandomi una crema intorno alla bocca quando bussarono. - Chi è?
-Un biglietto per la signora.
-Ho detto che non ci sono.
-Il signore insiste.
Mi toccò alzarmi e girare la chiave. La veneta impertinente mi tese il biglietto. Lo scorsi e dissi alla ragazza:
-Non veglio vederlo. Ritorni domani.
-La signora non scende?
Mi sentivo la faccia impiastrata, non potevo nemmeno farle una smorfia. Dissi: - Non scendo. Voglio un tè. Digli domani a mezzogiorno.

tratto da Tra donne sole, Cesare Pavese, 1949

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Semel in anno licet insanire... Et per annum totum?

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Cesare Pavese, Il campo di granoturco tratto da Feria d'agosto

Il giorno che mi fermai ai piedi di un campo di granturco e ascoltai il fruscio dei lunghi steli secchi mossi dall’aria, ricordai qualcosa che da tempo avevo dimenticato. Dietro il campo, una terra in salita, c’era il cielo vuoto. “Quest’è un luogo da ritornarci”, dissi, e scappai quasi subito, sulla bicicletta, come se dovessi portare la notizia a qualcuno che stesse lontano. Ero io che stavo lontano, lontano da tutti i campi di granturco e da tutti i cieli vuoti. Quel giorno fu un campo; avrebbe potuto essere una roccia impendente sopra una strada, un albero isolato alla svolta di un colle, una vite sul ciglio di un balzo. Certi colloqui remoti si rapprendono e concretano nel tempo in figure naturali. Queste figure io non le scelgo: sanno esse sorgere, trovarsi sulla mia strada al momento giusto, quando meno ci penso. Non c’è persona di mia conoscenza che abbia un tatto come il loro.
Quel che mi dice il campo di granturco nei brevi istanti che oso contemplarlo, è ciò che dice chi si è fatto aspettare e senza di lui non si poteva far nulla. “Eccomi”, dice semplicemente chi si è fatto aspettare, ma nessuno gli toglie lo sguardo astioso che gli viene gettato come a un padrone. Invece, al cielo tra gli steli bassi do un’occhiata furtiva, come chi guarda di là dall’oggetto quasi in attesa che questo si sveli da sé, ben sapendo che nulla ci si può ripromettere che esso già non contenga, e che un gesto troppo brusco potrebbe farne traboccare malamente ogni cosa. Nulla mi deve quel campo, perché io possa far altro che tacere e lasciarlo entrare in me stesso. E il campo, e gli steli secchi, a poco a poco mi frusciano e mi si fermano nel cuore. Tra noi non occorrono parole. Le parole sono state fatte molti anni fa.
Quando veramente? non so. E nemmeno so che cosa potevano essersi detto, un campo di granturco e un ragazzo. Ma un giorno mi ero certo fermato – come se con me si fermasse il tempo – e poi il giorno dopo, e un altro ancora, per tutta una stagione e una vita, davanti a un simile campo; e quello era stato un limite, un orizzonte familiare attraverso cui le colline, basse tant’erano remote, trasparivano come visi a una finestra. Ogni volta che avevo osato un passo dentro la selva gialla, il campo doveva avermi accolto con la sua voce crepitante e assolata; e le mie risposte erano state i gesti cauti, a volte bruschi, con cui scostavo le foglie taglienti, mi chinavo ai convolvoli, e di là dagli steli alti ficcavo lo sguardo al vuoto del cielo. C’era in quel crepitio un silenzio mortale, di luogo chiuso e deserto, che schiudeva nel cielo lontano una promessa di vita ignota, impervia e seducente come le colline.
Che il tempo allora si sia fermato lo so perché oggi ancora davanti al campo lo ritrovo intatto. E’ un fruscio immobile. Capisco d’avere innanzi una certezza, di avere come toccato il fondo di un lago che mi attendeva, eternamente uguale. L’unica differenza è che allora osavo gesti bruschi, penetravo nel campo gettando un grido alle colline familiari che mi pareva mi attendessero. Allora ero un bambino, e tutto è morto di quel bambino tranne questo grido.
La stagione di quel campo è l’autunno, quando tutti si ridesta nelle campagne dietro ai filare di granturco. Si odono voci, si fanno raccolti, di notte si accendono fuochi. L’immobilità del campo contiene anche queste cose, ma come a una certa distanza, come promesse intravedute tra i rami. Il dissecarsi delle foglie apre sempre maggiori tratti di cielo, rivela più nudamente le colline lontane. Si pensa anche a quel che c’è dietro, e alle presenze notturne sul ciglione della selva. Sale a volte nel ricordo il crepitio delle foglie gialle, e sgomenta come il trapestare di un passo ignoto e temuto, come il dibattersi di una lotta. Ormai, nella distanza, sono una cosa sola i falò notturni sui colli e l’imbrunire fra gli steli vaghi del campo. Rassicura soltanto il pensiero che chi si è buttato a terra nascondendosi è il ragazzo, e che dagli steli pendono grosse pannocchie che i contadini verranno a raccogliere domani. E domani il ragazzo non ci sarà più.
Queste cose accadono ogni volta che mi fero davanti al campo che mi aspetta. E’ come se parlassi con lui, benché il colloquio si sia svolto molti anni fa e se ne siano perdute anche le parole. A me basta quell’occhiata furtiva che ho detto, e il cielo vuoto si popola di colline e di parvenze.


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